Da quale lavoro partire con l'AI in azienda: cinque domande
Il primo progetto di intelligenza artificiale in una PMI non fallisce per la tecnologia. Fallisce perché si sceglie il lavoro sbagliato. Ecco un criterio per scegliere quello giusto.
Chi guida una piccola o media impresa sente parlare di AI ogni settimana, e di solito arriva a una di due conclusioni: «dobbiamo fare qualcosa» oppure «non fa per noi». Tutte e due saltano il passaggio che conta, cioè scegliere un lavoro preciso su cui provarla. Le cinque domande che seguono sono quelle che usiamo nella diagnosi con i clienti. Non servono competenze tecniche per rispondere: serve conoscere come lavora la tua azienda, e quello lo sai già.
1. È un lavoro che si ripete?
L'AI rende di più dove un lavoro torna uguale, o quasi, molte volte: rispondere alle richieste di preventivo, preparare le schede dei prodotti, scrivere il post della settimana, riassumere le recensioni del mese, aggiornare la presentazione aziendale per un cliente nuovo.
Un lavoro che capita due volte l'anno, anche se è pesante, raramente è un buon primo candidato. Il tempo per impostarlo bene non si ripaga, e non c'è abbastanza pratica per capire se il risultato migliora.
2. Il materiale per farlo esiste già?
Un assistente AI scrive bene, ma non conosce la tua azienda. Quello che sa di voi è quello che gli date: listini, schede tecniche, condizioni di vendita, email già mandate, il sito. Se queste informazioni esistono, anche sparse in dieci cartelle, il lavoro è un buon candidato.
Se invece il sapere sta solo nella testa di una persona, il primo passo è tirarlo fuori, per esempio con un'intervista. È lavoro utile, ma è un altro progetto, e conviene saperlo prima.
L'AI non sa niente della tua azienda finché non glielo dici. La domanda giusta è: dove sta scritto?
3. Chi lo fa oggi, e quanto ci mette?
Per sapere se l'AI ha aiutato bisogna sapere com'era prima. Bastano tre misure semplici: quanto tempo serve oggi, quante volte il risultato va corretto, e che qualità ha secondo chi lo riceve.
Se nessuno fa quel lavoro (capita spesso con i contenuti) la misura è un'altra: quante volte non è stato fatto. Anche questo è un punto di partenza onesto.
4. Un errore si vede prima che faccia danno?
Un modello può sbagliare un dato, e nessuno può promettere il contrario. Per questo il primo lavoro dovrebbe avere una revisione naturale: una persona che rilegge la risposta prima di mandarla, il post prima di pubblicarlo.
Restano fuori, all'inizio, i lavori in cui l'errore parte senza che nessuno lo veda: risposte automatiche ai clienti senza controllo, dati fiscali, comunicazioni legali.
5. C'è qualcuno che può dire «va bene»?
Ogni lavoro ha bisogno di una persona che decide se il risultato è buono e che risolve i dubbi: quale listino vale, quale tono usare, cosa non si dice. Se quella persona non c'è, o non ha tempo, il progetto si ferma alla prima contraddizione.
Nelle PMI questa persona è spesso il titolare. Non serve che ci passi le giornate: serve che ci sia nei momenti in cui si decide.
Quando conviene aspettare
Ci sono buone ragioni per non partire subito: il materiale non esiste e nessuno ha tempo di raccontarlo, il lavoro cambia ogni volta, oppure le informazioni sono riservate e non è ancora chiaro chi può trattarle. In questi casi la scelta giusta è sistemare prima il punto debole.
Una diagnosi fatta bene può anche concludersi così: «non c'è un caso utile, oggi». È un risultato, e costa meno di un progetto partito male.
Un esempio
Un'azienda di arredamento riceve ogni settimana una ventina di richieste di informazioni su tempi e prezzi. Le gestisce il titolare, la sera. Il lavoro si ripete, i listini e le condizioni esistono, il tempo speso è misurabile, ogni risposta si può rileggere prima di partire e c'è una persona che sa dire se va bene. Cinque sì su cinque: è un buon primo lavoro. L'esempio è illustrativo.